Spiritualità & Teologia mutate dal digitale

La rubrica si aggiorna e si rinnova.
Uno spazio per mettere in circolo temi e riflessioni sui quali avviare un serio processo di discernimento sulle mutazioni inedite che chiamano in causa la spiritualità e la teologia che verrà.

28 luglio 2021
Internet ha mutato la grammatica della spiritualità e della teologia

Insegnare è partire, raggiungere l’uomo là dove si trova, ma è anche prendere casa con lui, esserne ospitato“. È una frase di José Tolentino de Mendonça estratta dalla sua riflessione pubblicata il 22 luglio scorso sul quotidiano della Santa Sede.
Se è assodato e condiviso che Internet non è più uno strumento, non vi è ancora piena consapevolezza che Internet ha mutato radicalmente (da tempo) la grammatica e il vocabolario sia della spiritualità, sia della teologia.
Termini come popolo di Dio, comunità, Grazia, salvezza, conversione (e affini) oggi non significano più nulla alle persone rispetto a quanto ha significato nei decenni addietro.
C’è una grammatica e un vocabolario in uso nella spiritualità come esercizio di accompagnamento, e una grammatica e un vocabolario in uso nelle lezioni di teologia degli Istituti e delle Facoltà teologiche che continua ad essere reiterato, parlato, scritto ma che è stata mutato geneticamente.
Internet ha prodotto e sta producendo una cultura che non si limita ad affiancare le altre culture, ma le per-forma dal loro interno. È una per-formazione e una mutazione silente, ma carsica. È diffusa e progressiva. È una mutazione irreversibile.
Come accompagnatori spirituali e docenti di teologia ci è richiesto – necessariamente obbligati in modo intelligente – a ridefinire grammatica e vocabolario dei termini usati, perché se da un lato la persona che sente pronunciare tali termini non ha le coordinate per capirne il significato che vogliamo offrire, dall’altro vi è il rischio reale di un divario che si allarga sempre più tra spiritualità esercitata e spiritualità vissuta dalla persona, tra teologia insegnata nelle aule e teologia generata in un contesto di insignificanza della cristianità.
Il prossimo Congresso dell’ATI a Napoli 30 agosto-3 settembre “Fare teologia per questo mondo, per questo tempo” ritengo che intercetti appieno l’esigenza di ri-definire grammatica e significato delle parole che per decenni hanno strutturato spiritualità e teologia e che oggi non è più così.
Accompagnare e insegnare è, dunque, prendere casa con l’uomo dove esso oggi si trova. Internet è generatore di cultura e performatore di pensiero per la persona di oggi e di domani.
d. Giacomo Ruggeri

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23 giugno 2021. Quando Congregazione e Diocesi credono (o no) nella propria casa di spiritualità
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L’estate è il tempo dei Capitoli Generali-Provinciali per le Congregazioni religiose e anche nelle Diocesi il Vescovo si confronta più da vicino con il Consiglio episcopale e poi anche con un passaggio in Consiglio Presbiterale su determinati immobili che gravano sui rispettivi Economati.
Uno di essi è la propria casa di spiritualità: che ne facciamo? Ci investiamo? Ma ci sono lavori onerosi da fare, dove li troviamo i soldi? Quante persone passano per la casa e qual’è il fatturato?
Tutti interrogativi leciti e legittimi. Vi sono strutture enormi che richiedono interventi strutturali con alti costi di spesa.
Prima di chiudere o vendere la struttura (ultima ratio) pensare a quale alternativa come via intermedia: una struttura più piccola e più gestibile dove continuare ad offrire nel territorio il servizio dell’accompagnamento, degli Esercizi, del discernimento personale e comunitario, ecc.
Chiudere è uno di quei verbi che interrogherà sempre più Vescovi e Madri-Ministri Generali/Provinciali, Consigli Episcopali e Consigli di Governo.
Chiudere, però, deve poter far pensare a come continuare ad offrire sul territorio un servizio che – nel contesto attuale – parrocchie e parroci fanno sempre più fatica ad offrire (specie nell’accompagnare e formare al discernere).
La destinazione d’uso di tanti piccoli-medi immobili è una bella sfida per le case di spiritualità che verranno, a fronte di enormi pachidermi sempre meno gestibili.
Nella spiritualità che verrà ci saranno case con una propria identità che si specificano in servizi mirati alla persona, evitando di fare della propria struttura quella che chiamo ‘casa macedonia’ (di tutto un po’), una fotocopia della casa presente a pochi km di distanza, dove la prima voce a beneficiarne (certo!) è l’Economato e congiuntamente anche la qualità del servizio offerto.
La spiritualità che verrà, e la cura di essa per le persone, richiederà altro, qualificato, competente, di lavoro in equipe.
Ogni tempo, dunque, è foriero per potare e nel far germinare di inediti frutti.
don Giacomo Ruggeri

9 giugno 2021. Se il vocabolario ecclesiale usato è incompreso dalle 99 fuori
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Redenzione, grazia, popolo di Dio, salvezza, potenza di Dio, incarnazione, volontà di Dio, ecclesiale, sinodale.
Sono alcuni dei termini, per citarne alcuni, che sono usati nel parlare abituale durante corsi di Esercizi, meditazioni, ritiri, conferenze ma che dalle 99 “pecore” fuori dal recinto (rovesciando l’immagine evangelica) non dicono più nulla, non sono più compresi, è arabo.
Se a chi le pronuncia dice tanto, invece di contro a chi le ascolta, le legge, le vede è come una lingua ignota che gli fa dire: ma di cosa sta parlando?
La carsica e la rapida mutazione antropologica ha intaccato anche lo stesso vocabolario ecclesiale in uso nella Chiesa in Italia. Continuare ad usarlo per essere capiti solo da pochissimi è come non avere parola, non avere incidenza, non avere significanza.
Nei mesi e negli anni futuri, ad esempio, il termine sinodalità sarà spalmato ad omnia. Ma nemmeno ai collaboratori più stretti del parroco e del direttore della casa e del santuario (ivi incluso il don) è noto il significato di tale parola se non per concetti cuciti tra loro.
Perché ciò che non è esercitato non è conosciuto, ma solo sentito dire.
Un primo gesto di carità, e di intelligenza discernente, dunque, credo che possa essere nell’usare parole semplici nel dare esercizi, nei colloqui, nelle omelie, ecc. senza mai dare per scontato che ti ascolta conosca il termine che gli dici.
Alle case di spiritualità e ai santuari arrivano – e arriveranno sempre più – persone che ignorano completamente il significato di termini e vocaboli che si danno per assodati. Non è così. Spezzettare, frantumare in piccoli pezzi perché il pane dato possa nutrire.
don Giacomo Ruggeri

26 maggio 2021. Inedita formazione per inedite spiritualità
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La parola spiritualità, oggi, è una melassa.
Centrifugata nel frullatore della profilazione le dò il significato che voglio, l’appartenenza che desidero.
Dire la parola spiritualità in un contesto di un santuario e di una casa per Esercizi non è più un termine condiviso, ma suddiviso.
Le inedite tipologie di persone che arriveranno sempre più in santuario e in casa di Esercizi, dunque, saranno sempre più variegate, variopinte portatrici sane di inedite spiritualità.
Alcune di esse sono già ben consolidate nella società (ne cito alcune):
spiritualità per il culto del cibo (crudisti, vegani, programmi tv 7/24);
spiritualità per il culto del corpo (fitness, centri benessere, estetica);
spiritualità per il culto della terra (ritorno in campagna, lavori agricoli, impegno ambientale).
spiritualità per il culto esoterico, magico, misterico (dati Codacons: 30.000 italiani ogni giorno si rivolgono a maghi, indovini e santoni soprattutto on line).
Come ci si prepara a tutto ciò?
L’ascolto, da solo, non basta. Un ‘fervorino spirituale’ de affidiamoci a Dio e alla sua misericordiosa, per quanto vera, non è ciò che si attende chi ha tanti cocci rotti e professa inedite spiritualità sempre più diffuse e di massa.
Il punto è: se la persona che oggi accompagna nel discernimento e dà Esercizi si sente adeguata con l’inedita umanità che le arriva.
Non tutte le guide sono in grado di accompagnare tutti.
E bisogna avere l’umiltà di riconoscerlo, perché oggi non basta la buona volontà per accompagnare. Ci vuole anche e soprattutto lo studio approfondito, una lettura tematica ampia, il documentarsi, il capire per meglio ascoltare e discernere.
Le inedite tipologie della donna e dell’uomo, con le inedite spiritualità, mettono giustamente in discussione accoglienza e formazione di chi vive in un santuario, in una casa di spiritualità, chi dà Esercizi.
Si necessita di una formazione nuova e diversa, corposa e sostanziosa, costante e integrante, aggiornata e inclusiva, perché quella iniziale è insufficiente.
don Giacomo Ruggeri
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14 maggio 2021. Avviare progetti residenziali personalizzati nelle case di spiritualità e nei santuari
Pochissime strutture (dalla mia conoscenza) hanno inserito nella propria casa di spiritualità questa opportunità e la trovo lodevole e profetica: avviare mini progetti residenziali personalizzati di discernimento con persone, giovani e adulti, che hanno bisogno di fare il punto della loro vita.
La casa di spiritualità e il santuario, dunque, non solo come luogo che offre un servizio di accompagnamento e formazione per alcuni giorni (esercizi, ritiri, incontri, colloqui, ecc.), ma pensare a convertire una parte della casa e del santuario per preti, suore, frati che hanno bisogno di ri-mettere insieme alcuni cocci della propria vita e sono in tilt; per giovani che vogliono avviare un serio discernimento con una persona della casa che l’accompagna in un contesto di equipe; seminaristi e novizie in stand by, ecc.
Forme personalizzate di residenzialità concordate, e a tempo determinato, con la persona e con chi la presenta e la segue (vescovo, madre-superiore generale, parroco, famiglia, ecc.). Un essere aiutati e, nel contempo, dare un aiuto in servizi scelti nella casa.
La casa di spiritualità e il santuario nella Chiesa di domani non potranno più essere solo luoghi di erogazione di corsi di esercizi a pioggia, di corsi di formazione a più livelli, ma ripensarsi anche nell’offrire accompagnamento come cura delle persone che necessitano di più tempo.
Ci si inizi a pensare seriamente.
don Giacomo Ruggeri
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25 aprile 2021. Anche una famiglia nella casa di spiritualità e nei santuari
Un prete, una suora.
La direzione delle case di spiritualità e cultura in Italia è affidata a singole persone, per di più sono sacerdoti, religiosi e religiose che – quest’ultimi – hanno alle spalle l’Istituto e la Congregazione di appartenenza, mentre i primi sono nominati dai rispettivi Vescovi. Molte Congregazioni femminili si stanno domandando che cosa fare della propria casa di spiritualità, e la pandemia ha accelerato tale processo di pensiero.
Avviare cammini di sinodalità, così come richiesto da Bergoglio, significa poi tradurli e declinarli anche nella propria realtà con il proprio Vescovo e con la propria Congregazione (soprattutto in vista di Capitoli Generali).
La maggior parte delle persone che oggi arrivano nelle case di spiritualità sono sempre più laici (tra cui sposati, single, divorziati, conviventi, risposati, omosessuali, ecc.), sempre meno preti (c’è da riflettere).
La presenza di una coppia che vive stabilmente nella casa (almeno per i mesi più intensi di attività, penso all’estate) può essere uno di quei processi di discernimento da avviare sia con la Diocesi di appartenenza (per il prete-direttore diocesano), sia con il Consiglio di Governo del proprio Istituto (religioso-religiosa direttore). Certo, nel senso pratico delle cose non è così facile trovare una famiglia disposta a condividere lo spirito di accompagnamento della casa e non tutti sono adatti, ma vi sono persone serie, formate, preparate.
Però non è impossibile.
Vi sono sempre più coppie di sposi che si sono formate come guide di Esercizi spirituali (anche secondo la pedagogia ignaziana), che sono in pensione – con figli sposati o già autonomi – e con la possibilità di mettersi a servizio stabile e residenziale nella casa di spiritualità del proprio territorio, ma nessuno li ha buttato là questa proposta. La parte economica, ovviamente, è un criterio di reciproca riflessione e discernimento.
I santuari, ad esempio, si stanno sempre sostituendo a quel servizio di ascolto e accompagnamento che le persone non trovano più in parrocchia. Una coppia che aiuti il rettore non solo nella parte logistica, ma nella componente di accompagnamento, è un punto sul quale iniziare a pensare e pregare.
Pongo, dunque, al discernimento se nella Chiesa che verrà è sostenibile un sola persona (prete o religioso/a anche se vive in comunità) alla direzione di una casa di spiritualità o iniziare a discernere l’abitare insieme di vocazioni diverse e insieme offrono il servizio dell’accompagnamento alla molteplicità di persone.
don Giacomo Ruggeri

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